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MODA E CULTURA “La moda è anche ricerca di un nuovo linguaggio per declassare l’antico, un modo per ogni generazione di rinnegare la precedente distinguendosene. Per aprire le porte all’innovazione, strumento di ogni progresso, occorre una certa inquietudine che arriva fino agli abiti, alla forma delle calzature, alle pettinature” Fernand Braudel Intesa in questo senso, la moda è dunque inquietudine. E’ rifiuto di lasciarsi rinchiudere nella gabbia di una tradizione. E’ perenne ricerca di nuovi punti di vista: in questo è dunque cultura. Basti pensare all’evoluzione diacronica delle tendenze e delle mode. Negli anni Cinquanta comincia la grande moltiplicazione delle mode giovanili: sono gli anni della beat generation, un movimento intellettuale, letterario e di costume, che ha un influsso determinante sulla cultura contemporanea. La cultura beat si contrappone alla società e ai valori tradizionali ed è guidata da figure carismatiche come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs, che cercano verità alternative attraverso esperienze quali il viaggio, la droga, la promiscuità sessuale, le filosofie orientali. Lo stile dei beatnik è volutamente trasandato e nei loro abiti predomina il nero. Le donne indossano camicie da uomo, pantaloni sportivi a metà polpaccio e portano i capelli corti. Gli anni Sessanta sono teatro di significativi stravolgimenti politici, sociali e culturali. Sono gli anni del pacifismo, della non violenza, di un’inedita libertà sessuale; gli anni in cui sorge la cultura hippie. Per la prima volta i giovani diventano protagonisti assoluti della moda. L’abito si trasforma in una tavolozza su cui sperimentare le più audaci fantasie e combinazioni di colori e tessuti, la seduzione scopre un nuovo punto focale: le gambe. Per la prima volta nella storia, le gambe femminili vengono esibite con orgoglio. I collant in nylon, realizzati per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta, diventano un accessorio indispensabile: si colorano in modo sgargiante, si ornano di fiori e disegni fantasiosi. Anche le calzature si adattano alla nuova visibilità delle gambe. E’ l’epoca dello stivale. Se le ragazze scoprono improvvisamente la gioia dei colori e delle gambe scoperte, trovando uno stile consono alla propria libertà e gioia di vivere, i ragazzi non stanno certo a guardare. Gli adolescenti inglesi, all’inizio degli anni Sessanta, elaborano una moda personale, intrisa di regole severe: chi non le rispetta non può essere un “mod”. Il loro slogan è “vivere elegantemente in circostanze difficili”: sono ribelli, ma non cercano una via di fuga dal contesto sociale e per questo si definiscono “modernisti”, da cui “mod”. I mods, come i dandy ottocenteschi, curano in modo ossessivo il proprio vestiario. Chi può permetterselo sfoggia abiti sartoriali fatti su misura, i capelli sono corti e ordinati, i mocassini sono di marca, indispensabile è il parka verde militare. Gli anni Settanta riflettono una società dominata dall’incertezza. Incombe lo spettro della crisi economica, la disoccupazione cresce e le fasce sociali più deboli danno vita ad iniziative di protesta. Nella moda sembra arrivato il momento di abbandonarsi ad ogni tipo di esagerazione. Per gli uomini le giacche diventano corte, strette e svasate, i pantaloni scampanati, le cravatte larghe e corte. I capelli, di media lunghezza, incorniciano il viso anche di chi non è più giovanissimo. Le donne traggono ispirazione dalla cultura nomade (gonne a balze, fantasie patchwork, scialli colorati) ed orientale (turbanti, parei, kaftani, pantaloni alla turca). Gli anni Settanta sono anche gli anni del “glam” (da glamorous, fascinoso, eccitante), delle tendenze al travestimento e all’ambiguità sessuale. Emblema del glam è David Bowie. Egli dissolve l’essenza nella pura apparenza, esalta l’artificiale per ristabilire l’impossibilità del naturale, rigetta il dogma dell’abito come espressione della personalità, perché non esiste personalità unica e costante. Gli anni Ottanta sono stati definiti l’epoca dei progressi tecnologici, della ricchezza diffusa ed ostentata, dell’individualismo, dell’edonismo e soprattutto della tirannia dell’immagine. Il consumo di “marca” è una delle manifestazioni più significative degli anni Ottanta: non si valuta il prodotto in ragione del rapporto qualità/prezzo, bensì del prestigio del marchio. La fine del millennio ha visto lo sviluppo di dottrine orientali tese a garantire il benessere individuale. Ciascuno può cercare un percorso di vita senza identificarsi, almeno apparentemente, con un gruppo. L’obiettivo è differenziarsi, darsi una forma ed un obiettivo per costruire un’identità. Paradossalmente la nuova frontiera dell’identità e della moda è poter essere multietnici, non avere punti di riferimento precisi e, forse, non essere alla moda.
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